Sabato, 24 giugno 2017 - ORE:00:23

La Torre D’avorio: “Colpevole Innocenza”


La Torre D’avorio
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Con:
Luca Zingaretti
Massimo De Francovich
Peppino Mazzotta
Caterina Grimaglia
Gianluca Fogacci
Elena Arvigo

Scene e Costumi:

André Benaim
Chiara Ferrantini

La Torre D’avorio: lo storico rapporto che lega arte, storia e politica

Berlino 1946. I militari americani stanno svolgendo le indagini preliminari sui nazisti da condurre al processo di Norimberga. Il sipario si apre sull’ufficio del maggiore Arnold. La scena che si presenta è scarna, trascurata e impersonale, probabilmente volta a rimanere il più possibile fedele al copione originale di Ronald Harwood, realizzato e concepito per essere reso come è scritto, evitando ridondanti ed inutili virtuosismi ma che, in questo caso, si risolve in una scenografia che risulta essere troppo approssimativa. Un progetto riuscito solo per metà , eccessivamente spoglio che non riesce a coinvolgere a pieno lo spettatore divergendo verso un universo scenico opaco e non di atmosfera. E’ fra queste pareti scarne che si sviluppa la vicenda realmente accaduta riguardante il noto direttore d’orchestra Wilhem Furtwängler (Schöneberg, 25 gennaio 1886 – Ebersteinburg, 30 novembre 1954).

Wilhem non fu nazista e disprezzò il regime, ma non lasciò mai il paese continuando la sua attività e cercando nel frattempo di aiutare gli ebrei che non erano riusciti a fuggire dalla Germania. Si ostinò a tenere accesa la luce dell’arte e della bellezza, intesa come unica forma di speranza per quel suo paese in preda drammatica e bestiale dissoluzione morale. Questa scelta fece sì che i nemici gli imputassero di aver contribuito a dare prestigio alla dittatura.

L’interpretazione di Zingaretti

A dare voce e vita a questo testo teatrale è Luca Zingaretti, che si presenta nel doppio ruolo di regista ed interprete. Zingaretti veste i panni del Maggiore Steve Arnold, americano proletario che vanta e rivendica con ferocia la sua autonomia da qualunque “tentazione culturale”. Febbrile, irrequieto, Zingaretti domina il palco. Concentrato in una caccia spietata che chiama sangue e che lo divora gradualmente, alla ricerca di una verità che finisce per perdere tutte le sue buone accezioni e che morbosamente lo consuma. Un’interpretazione di alto livello, ma che forse a tratti risulta essere eccessiva estraniando l’attore dal palco, portandolo a tratti fuori dalle dinamiche dello spazio scenico.

Completamente all’opposto risultano gli interpreti minori, che hanno i volti di Caterina Gramaglia (Emmi Straube), Peppino Mazzotta (Tenente Davis Wills), Gianluigi Fogacci (Helmuth Rode) e Elena Arvigo (Tamara Sachs) in un certo senso troppo relegati alla loro posizione di cornice. Creature allucinate, anime tormentate, che si muovono silenziose in quella Berlino postbellica, restando appiattite sul fondo della scena della Torre D’avorio.

L’ossessione di Arnold/Zingaretti si incarna in un intenso e convincente Massimo De Francovich, che riveste il ruolo di Willhem Furtwängler , indagato d’eccezione che fatica a non perdere la sua compostezza e il suo senso di superiorità nel gioco morboso a cui il militare gli impone di prendere parte.

Nello scontro tra i protagonisti assume spessore l’opera di Harwood. La scelta dell’autore di non schierarsi costringe meccanicamente alla presa di posizione da parte dello spettatore, contro o con colui che non è stato in grado di abbandonare il proprio paese nel nome dell’arte. Zingaretti porta sulla scena uno spettacolo che cerca di far luce sullo storico rapporto che lega arte e politica, raccontando la storia dell’intellettuale, anima intangibile e distante il quale, all’interno della sua torre d’avorio, combatte per non lasciar morire la bellezza.

Tuttavia la complessità del testo della Torre D’avorio mortifica la messa in scena paralizzando e impoverendo le scelte registiche, definendo di fatto una pièce malauguratamente poco autoriale.



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