Domenica, 19 novembre 2017 - ORE:16:54

La Modernità secondo Daverio


PHILIPPE DAVERIO

Il critico d’arte Philippe Daverio al festival culturale Caffeina

Lo stile da dandy è inconfondibile: completo a righe blu, papillon e calzino a pois che sbuca dai mocassini, Philippe Daverio sale puntualissimo sul palco del festival culturale Caffeina, che ogni anno nella cuore della Viterbo medioevale ospita personalità di ogni campo artistico, dal teatro al giornalismo, dall’arte alla letteratura.
L’affluenza per la lectio magistralis del celebre critico d’arte ha superato le più rosee aspettative degli organizzatori: posti a sedere esauriti, più di mille persone stimate,un numero che stupisce perfino lo stesso Daverio: “I’m really impressed, direbbero gli inglesi, sono impressionato… ma siete davvero tutti interessati alla storia dell’arte?” Esordisce così, fra le risate generali, poi si sfila l’orologio – “abitudine che ho preso nel mio mestiere serio, quello di professore universitario(ordinario a Firenze, ndr), così evito di parlare per più di due ore!

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Quando nasce la Modernità?

In realtà parlerà per un’ora, come una vera lezione universitaria, accompagnando il pubblico in una lunga passeggiata attraverso ‘Il Secolo Lungo Della Modernità’ , titolo del suo ultimo libro, edito da Rizzoli. Sorpresa, ma non troppo, non si tratta del tecnologico Ventesimo secolo con la televisione, il computer e  il telefono cellulare ma il Diciannovesimo, l’Ottocento romantico con le sue rivoluzioni, prima fra tutte quella industriale:
Quando penseremo al secolo scorso non penseremo al secolo delle grandi innovazioni tecnologiche, bensì a un secolo di distruzione: penseremo alla bomba atomica, ai campi di sterminio, al momento in cui l’umanità è andata incontro a una sorta di suicidio collettivo. La vera rivoluzione si è fatta nel secolo precedente: all’inizio dell’Ottocento le persone andavano a piedi, alla fine del secolo già circolavano le automobili, e in mezzo c’è stata l’invenzione del treno e la costruzione delle reti ferroviarie. Nel giro di cento anni la speranza di vita si è allungata grazie alle conquiste mediche: se prima morire a sessant’anni era più o meno la prassi, dopo Pasteur, la scoperta dei microbi e della penicillina, tanto per dirne una, non sarà più così.

L’idea di modernità come la intendiamo oggi nasce con Winckelmann, il grande teorico del neoclassicismo: va a Paestum per ricerche scientifiche e torna invece con una grande scoperta filosofica: “…Scoprì la modernità della cultura classica, dove per moderno intendeva ciò che è utile ancora oggi, il che è molto diverso dalla citazione. Da quel momento in poi, per tutto il diciannovesimo secolo, cambia il ruolo dell’intellettuale: si scopre la forza delle idee, il potere è nelle mani di chi è in grado di influenzare le masse.

Arte riflesso della vita

Con doti da vero oratore Daverio salta dall’arte alla scienza, rintracciando le radici della nostra contemporaneità in una serie di piccole grandi rivoluzioni che la storia ufficiale aveva messo in secondo piano: dallo scontro generazionale fra i romantici di Hugo e la vecchia generazione di classicisti passato alla storia come labattaglia di Hernani(1830) al tubo Mannesmann, l’invenzione apparentemente banale dell’omonima ditta tedesca che permise di portare l’acqua e il gas direttamente nelle case, fino ad arrivare al motore Diesel che il kaiser Guglielmo aveva liquidato come un’invenzione inutile.
Ogni epoca deve essere indagata a partire dalla triade Arte- Scienza – Filosofia, per essere davvero compresa” – spiega, e aggiunge:  “La storia dell’arte non può essere fatta per ismi successivi: Romanticismo, Purismo, Impressionismo, ciclismo, aggiungo io… altrimenti diventa una storia delle pennellate! Dev’essere invece il mezzo per indagare la sensibilità di un’epoca, il riflesso più alto di una determinata temperie culturale.

Oggi viviamo in un’epoca in cui la massima produzione filosofica è quella che va sotto il nome di ‘Pensiero Debole’; nel diciannovesimo secolo vennero elaborati un sistema filosofico dopo l’altro, dal sistema Hegeliano, all’infinito romantico, alla Critica Kantiana, fino al Superuomo di Nietzsche, che verrà sposata con conseguenze disastrose dall’allora nascente regime nazista.”
In questo suo percorso non mancano i riferimenti all’attualità: è nell’800 infatti, che per una curiosa spinta contraddittoria, si affermano da un lato gli Stati Nazionali, dall’altro si comincia a intravedere quell’organizzazione sovrannazionale che oggi conosciamo come Unione Europea, nata prima da legami artistici che politici.
“Negli stessi anni, le stesse suggestioni animavano artisti di molti e diversi stati europei: penso al Romanticismo, che si sviluppa in modo diverso, ma parallelo, in Inghilterra, Francia e Germania, e poi in Italia…”

Non mancano riferimenti all’Italia

Una nutrita sezione del libro è dedicata alla storia del nostro paese, in particolare al momento dell’unificazione nazionale (“Sono un appassionato del Risorgimento!”) e delle sue implicazioni socio-culturali, su cui oggi si discute alacremente, viste le velleità secessioniste di alcune forze politiche:
L’Italia è un fatto culturale, più che economico o politico. È un prodotto culturale, come l’Europa. In questo momento ci sono molti che vorrebbero ‘ spaccare’ l’Italia: ma non è colpa loro, la loro ignoranza li giustifica … l’Italia ha trovato una sua unità culturale prima ancora di quella politica: mentre Cavour muoveva i primi passi nelle relazioni diplomatiche , gli artisti italiani – pittori, poeti, musicisti- già elaboravano un proprio linguaggio estetico peculiare.  Per non parlare poi del numero di artisti che vi hanno partecipato attivamente…
Ricordando il bicentenario della nascita Giuseppe Verdi, uno dei nomi-simbolo del nostro Risorgimento (1813-2013) non risparmia una frecciatina alla “ditta per cui lavora”  (Rai, ndr) : “…Non si sono scordati del bicentenario, stanno solo avvantaggiandosi sui preparativi per la celebrazione del prossimo, nel 2113!”

Il paragone ironico Rai-Impressionisti

Gli viene spontaneo il paragone con gli Impressionisti francesi, che considera “epidermicamente antipatici per motivi politici, essendo io di indole rivoluzionaria, mentre loro, durante la Comune di Parigi raccolsero le loro cose e si ritirarono placidi sulle rive della Senna a dipingere e a grattarsi la pancia, aspettando bonaccia…”
Riemersero qualche anno dopo, nel 1874, con la famosa mostra nello studio fotografico di Nadar dove una piccola tavola di Monet “Impressione:levar del sole” diede il nome a uno dei movimenti più influenti dell’arte contemporanea.
Antipatici, secondo Daverio, ma imprescindibili: in questo senso, la loro pittura ha una dote straordinaria, quella di non invecchiare, di consegnarci ‘tipi’ immortali, persone che potremmo incrociare anche oggi per strada… “Alcuni erano geniali, altri molto meno: la copertina l’ho dedicata a Caillebotte : oltre a essere modernissimo, è anche uno dei pochi che non è scappato!”

La morte dell’Arte?

Quando gli chiediamo se l’Arte è morta, risponde: “Francamente, credo proprio di no. Ma una certa parte dell’Arte, quella capace di fotografare l’umore di una generazione, di riportarci la sintesi della realtà, quella si: oggi alla Biennale di Venezia non troverai nulla che riflette il disagio dell’uomo contemporanee, o la crisi delle istituzioni, o la paura dei disastri ambientali, nulla di tutto questo.”

Alla fine, il pubblico si scioglie in un lunghissimo applauso: una lezione di come l’Arte non sia cosa altra rispetto alla vita, rispetto alla storia, ma ne sia una parte fondamentale, lezione che acquista tanto più valore se pensiamo che in questi stessi giorni a causa degli scioperi musei e gallerie sono stati costretti a chiudere le porte in faccia ai visitatori, che un gioiello come Capodimonte è abbandonato per ‘mancanza di personale’, lasciando i suoi tesori incustoditi, che Pompei, sito archeologico unico al mondo, crolla come un castello di sabbia.
Il governo taglia (siamo ottavi in Europa come spesa pubblica per la tutela del patrimonio artistico, dopo Finlandia e Grecia), e i visitatori ancora di più: affluenza in calo in tutt’Italia, nella sola città di Roma 18% in meno rispetto allo scorso anno.
Quando Daverio era assessore alla Cultura alla città di Milano portò un milione e mezzo di visitatori in più nei musei: a giudicare del numero di persone presenti lunedì sera, forse non tutto è perduto.



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