Sabato, 24 giugno 2017 - ORE:00:32

Gabriel Garcia Marquez: una vita per raccontare

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Gabriel Garcia Marquez

«L’unica cosa che mi dispiace della mia morte è che non potrò essere lì a raccontarla» Gabriel Garcia Màrquez

L’addio del mondo a Gabo

nobelGabriel Garcia Màrquez la sua morte l’avrebbe saputa raccontare benissimo. Il premio Nobel colombiano si è spento giovedì nella sua casa di Città del Messico a 87 anni. Ufficialmente una polmonite, forse un male peggiore mai confermato dalla famiglia, ma poco importa: si spegne con lui un gigante della letteratura, uno dei più grandi narratori del Novecento; forse il più in grande, dopo Cervantes, in lingua spagnola.
Cent’anni di solitudine, il suo romanzo più famoso, è stato uno dei pochi casi letterari ad avere un enorme successo di pubblico (milioni di lettori in tutto il mondo) e, contemporaneamente, altissimi riconoscimenti letterari, incluso il Nobel per la letteratura nel 1982. Lo ritirò in liquiliqui bianco, il completo caraibico immacolato, e non in frack come vorrebbe la tradizione. Quella camicia plissetata bianca, sul palco svedese, diventò il simbolo di riscatto dell’intero popolo colombiano, l’ambasciata della cultura sudamericana in Europa.

Cent’anni, mille anni di solitudine

«Mille anni di solitudine e tristezza per la morte del più grande colombiano di tutti i tempi» Ha detto Juan Manuel Santos, presidente della Colombia. E come lui milioni di persone in tutto il mondo, dai colleghi scrittori, intellettuali, ma soprattutto l’esercito sconfinato dei suoi affezionati lettori, hanno manifestato il proprio lutto, anche semplicemente con un tweet. Il dolore ai tempi dei social, se Gabo mi permette di parafrasarlo.
Eppure la fama arrivò tardi: «Ho avuto una fortuna mal distribuita» Avrebbe commentato molti anni dopo, già nell’olimpo letterario, rievocando gli anni della pubblicazione di Cien anos de soledad . Siamo nel 1966, Marquez era un giovane scrittore senza un soldo in tasca, nemmeno troppo giovane, l’eterno esordiente ormai  troppo vecchio per sfondare, con un paio di opere date alle stampe e già finite nel dimenticatoio (tra cui Nessuno scrive al colonnello e I funerali della Mamà Grande) La folgorazione lo coglie per strada, come spesso capita, viaggiando da Città del Messico ad Acapulco a bordo di una vecchia Opel. «Improvvisamente ho capito come dovevo raccontare la storia, come la nonna Tranquilina…Il romanzo era maturo e pronto, come se qualcuno mi dettasse dentro» C’era solo da metterlo su carta: fa inversione, si chiude in casa e non esce per un anno. Se fino a quel momento si era arrangiato con mille lavoretti diversi per mantenere i suoi due bambini, in quel momento dovette vendere tutto (perfino l’asciugacapelli della moglie!) e coprirsi di debiti per sopravvivere.
«Non penso che questo romanzo venderebbe» commentò l’editore spagnolo Carlos Barral, nella sua lettera di rifiuto. Immagino che Barral si sarà mangiato le mani fino al gomito, quando la casa editrice di Buenos Aires esaurì tutta la tiratura in una sola settimana dall’uscita di Cent’anni di solitudine.
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Gabriel Garcia Marquez: vivere per raccontare

Cronista e reporter dal talento purissimo, dall’incredibile facilità di penna, nei suoi libri metteva tutta la vitalità, l’energia, la disperazione della sua terra, la Colombia, incarnata del paesino inventato di Macondo.

«Io sono un realista puro, il fatto è che nella realtà colombiana, o caraibica, ma credo nella realtà in generale, c’è una magia che va oltre ogni immaginazione»

Così rispondeva ai critici che gli avevano affibbiato l’etichetta, insensata, di ‘realismo magico’. Amatissimo da generazioni di lettori, riverito dalla critica accademica e infine odiato dal suo autore, che si ritrovò ben presto imprigionato nel mito del capolavoro: «Lo odio perché penso che abbia sbarrato il passo agli altri libri. Lo odio perché è diventato un mito e io avrei voluto scrivere un libro, non un mito»
Avrebbe invece voluto essere ricordato per L’Amore ai tempi del colera , quello che definiva «il mio libro con i piedi per terra, l’altro è mitologia» l’appassionante storia d’amore coronata solo dopo «53 anni, 7 mesi e 11 giorni, notti comprese» entrata nel cuore dei lettori anche grazie alla fortunata trasposizione cinematografica.
Lui, ex-allievo di cinematografia a Roma e poi a sua volta insegnante di sceneggiatura credette sempre nella superiorità evocativa della parola sull’immagine:

«Credo di aver scritto Cent’anni di solitudine contro il cinema, per dimostrare che con la scrittura si può fare molto di più»

La sua, di scrittura, ha fatto tantissimo, incantando milioni di persone, diventando la voce di una nazione, di un popolo, di un continente.  Attraverso la sua penna arrivò la fama, il successo, la prosperità economica, il prestigio letterario, ma alla fine, avrebbe dato indietro tutto, pur di riavere i suoi 40 anni, disse in un’intervista per il suo settantesimo compleanno: «Per ricominciare» spiegò al giornalista sbigottito. Ecco perchè abbiamo perso un grande patriarca della letteratura, la cui esistenza è tutta concentrata in quella formula, poetica e geniale, che è “Vivere per Raccontarla
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