Venerdi, 18 agosto 2017 - ORE:23:51

Filippo Timi, che Don Giovanni!

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filippo timi

Vivere è un abuso, mai un diritto

Dimenticatevi di Molière, dimenticatevi di Mozart e di Tirso da Molina. Questa versione del mito del seduttore per antonomasia, è interamente a immagine e somiglianza di Filippo Timi: il suo Don Giovanni è ossessionato dalla conquista e dal piacere come palliativi per un’ esistenza vuota, vive abusando delle vite altrui per riscattare l’abuso della propria. Il tradimento dei classici, di cui molti critici lo accusano, in realtà è più formale che sostanziale: non c’è più la musica di Mozart, ma il libretto di Da Ponte c’è tutto. Solo, rivisto e corretto in chiave demenziale, autoironica, dissacrante.

filippo-timi-don-giovanniAttraverso tre ore straripanti e debordanti di comicità farsesca squarciata da scene di inquietante violenza (come l’incubo infantile di Donna Anna) seguiamo la parabola discendente dell’eroe in un vortice dove la morte è continuamente presente in scena e con sempre maggiore prepotenza. Dal risveglio, drogato, in un letto a forma di croce, fino nell’ultima invocazione di Don Giovanni morente, che svela il suo ancestrale e irrisolto rapporto con la madre.
Don Giovanni sa che deve morire, e in fondo della sua vita non ne può nemmeno più. Va incontro alla morte schernendola di continuo, perfino nel futuristico sepolcro bianco dove si consuma la sfida con il Commendatore (una specie di Darth Vader con l’accento sardo) Ma la sua grandezza tragica non sta tanto nell’incontro con la morte – tutti dobbiamo farlo- quanto nell’accettare le conseguenze del suo essere pienamente se stesso, fino all’ultimo, senza pentirsi. Non è l’eroe immorale, è piuttosto l’eroe a-morale, che vive (e muore) al di fuori della legge di Dio e di quelle degli uomini.

«Non l’ha scelto lui di essere mito, gli è capitato e lui non si sottrae all’essere se stesso. Ecco in cosa è grande: accetta a pieno le conseguenze, inevitabili, dell’essere nient’altro che se stesso»
Filippo Timi

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“L’anima di Don Giovanni è nel suo costume”

Così scriveva, con lungimiranza, un critico ottocentesco, e niente di più vero per questa versione moderna: i costumi sono i veri protagonisti dell’opera, nati del genio creativo di Fabio Zambernardi insieme a Lawrence Steele. Esagerati, coloratissimi, sfarzosi. Siamo nel Settecento, dove tutto è apparenza, tutto è estetica: e così Donna Elvira che mai si arrende all’evidenza di non essere ricambiata è un’eroina da melodramma, impellicciata in rosso e nero (più come la regina di cuori di Alice che come Stendahl). Donna Anna è la bambina con un passato oscuro che, tutina di pelle e frustino in mano, vuole riscattarsi attraverso la vendetta a tutti i costi; il suo rapporto con il sottomesso Don Ottavio è dichiaratamente sadomaso. L’ingenua Zerlina, vestita come una bambolina di porcellana da carillon è una contadinotta ciociara e Masetto il suo fidanzato romanaccio. L’estetica in qualche modo è l’etica dei personaggi.

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Di strada ne ha fatta, il giovane Timi, e di budget anche, a giudicare dalla sontuosità delle scenografie, con tanto di pannelli dorati e affresco rococò sullo sfondo, magistralmente illuminate da Gigi Saccomandi con luci da grand opèra e da discoteca. Molto d’effetto il sepolcro del Commendatore, minimalista e di un bianco abbacinante, quasi metafisico. Per non far mancare nulla al caleidoscopico universo di Filippo Timi-Don Giovanni, una colonna sonora direttamente prelevata dalla sua adolescenza che mischia, coraggiosamente, i
Pagliacci a Celentano, Baglioni alla Disney, e ogni tanto, resuscita Mozart. Eterno Peter Pan. Paradigmatico il cappotto indossato da Don Giovanni con gli ‘scalpi’ delle sue conquiste, le chiome delle donne e gli abiti che ha sfilato nella sua carriera da seduttore.

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Don Giovanni c’est moi!

Si scrive Don Giovanni, si legge Filippo Timi. Lontano dai tormenti romantici, semmai disincantato ed iconoclasta, spregiudicato ed egocentrico: un Don Giovanni ad uso e consumo di Filippo Timi, che nei panni dell’eroe del male è perfettamente a suo agio. D’altronde, cos’è un travestimento, specie teatrale, se non un autoritratto?

In quest’opera debordante e senza mezze misure, piena di citazioni e parodie del nostro universo contemporaneo (dai cartoni animati a youtube) la cultura pop si intreccia con la ricostruzione filologica di un settecento sfarzoso e vuoto quasi quanto gli anni zero, ossessionati dal culto dell’apparire. Su tutto troneggia l‘ego di Filippo Timi, che domina la scena con la sua presenza da vero animale da palcoscenico (anche a scapito dei suoi bravissimi attori) e la riempie di citazioni autobiografiche sparse un po’ ovunque. Ritroviamo il ragazzino balbuziente che sognava di fare la rockstar, l’ex-anatroccolo obeso, sessualmente confuso, poi cresciuto sex-symbol che sul palco non solo non balbetta ma anzi canta, balla, si veste e sopratutto si sveste, in un (mancato!) strip-tease un po’ ruffiano.
Per sua stessa ammissione Timi con il palcoscenico «ci fa l’amore», si da in pasto al pubblico e, quantomeno la metà femminile, lo apprezza. Applausi a scena aperta, risate. Andate a guardare i tweet con l’hashtag #filippotimi e fatevi un’idea. Filippo Timi è ormai un prodotto teatrale sempre vincente, un mattatore: il secondo atto è il suo one man show, sta al suo stesso gioco, ammicca al pubblico, scherza con i tecnici, in un gioco meta-teatrale di finta improvvisazione.

Alla fine, una sala divisa come raramente capita di vedere: qualcuno se n’è andato alla spicciolata a metà della rappresentazione. Dalla serie, il troppo stroppia (Come successe per la Traviata, di cui potete leggere qui). Molti prendono i cappotti ed escono con le luci ancora abbassate. Qualcuno fischia, ma i più si alzano in piedi  spellandosi le mani a furia di applausi. Non so se per lo spettacolo in sè o per il buon Filippo Timi, che pure stavolta, ha fatto centro.

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