Lunedi, 29 maggio 2017 - ORE:02:02

Prima della Scala: La Traviata tra fischi e applausi

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La Traviata nel bicentenario della nascita del suo compositore

Per la prima volta nella storia del Teatro alla Scala di Milano è stata La Traviata di Giuseppe Verdi ad inaugurare la stagione, per celebrare il bicentenario della nascita del suo compositore. Una scelta fortunata che il pubblico ha apprezzato: record di incassi al botteghino e di audience della diretta televisiva. Un po’ meno apprezzato, invece, l’allestimento del russo Dmitri Tcherniakov, il regista venuto dal freddo, che ha messo in scena una Traviata chiassosa, colorata e colorita, ambientata fra festini in maschera e baite rustiche di montagna. Vagamente attualizzata ma nemmeno così moderna come l’ha dipinto la critica, che l’ha definito, al meno, come un scempio di Verdi e in molte le altre declinazioni della blasfemia.

Ambientazioni insolite, interpreti eccellenti

Nell’adattamento di Tcherniakov invece la mondanità dei salotti parigini si colora con gli eccessi anni ‘70 e ‘80, uomini impomatati con occhiali da sole e camicie a fiori, donne in pantaloni e tacchi alti che fumano e si ubriacano nel salotto di Violetta Valery.

Ben lontana dallo stereotipo della fanciulla malata di tisi, la soprano Diana Damrau è una Violetta bionda e formosa, meravigliosamente travìata: la sua recitazione appassionata e coinvolgente conquista il pubblico, scrosci di applausi ad ogni aria. La passione con Alfredo-Piotr Beczala divampa alla festa, fra un sigaro e un bicchiere di liquore e diventa ben presto casalinga, nella villa in campagna di Violetta, dove i due innamorati stendono la pasta insieme. L’aplòmb di Alfredo, insieme alle sue doti culinarie nell’affettare verdure, lo rendono più il marito che l’amante di Violetta. Al secondo atto, dopo gli struggenti duetti con padre Germont il pubblico sembra aver dimenticato il suo vestito da cameriera (o da casa di correzione, ça va sans dire) e la prova da cuoco quando, all’inizio della festa in maschera a casa di Flora,qualcosa va storto: Violetta entra in ritardo, non prende la battuta, che Flora ripete. Qualcuno twitta perplesso ma nessun giornalista commenta, con un diplomatico silenzio si soprassiede a questo incidente di percorso, tanto l’acconciatura di Violetta fa presto dimenticare l’incidente e monopolizza l’attenzione dei commenti.

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Applausi per Violetta, fischi per Alfredo

Si apre l’ultimo atto con la protagonista morente che ingoia farmaci con la stessa facilità con cui all’inizio svuotava i bicchieri, con i capelli raccolti da una pinza da parrucchiere. L’ultimo struggente duetto amoroso con Alfredo e poi una morte un po’ atipica, meno incisiva del resto, ma ormai non importa, il pubblico è in delirio per la Damrau, applausi da far venir giù il teatro soprattutto, garofani a profusione, standing ovation anche per le pére-Germont. Con lo stesso trasporto con cui avevano osannato il cast fischiano il regista e lo scenografo, fischi che nemmeno allo stadio; fischiato anche il maestro Gatti, nonostante l’impeccabile esecuzione dell’orchestra.

Rimettere in scena un grande classico è sempre un terno al lotto, soprattutto se si tratta di Verdi e della Prima della Scala: o ci si affida all’ipse dixit di una versione ‘canonica’, oppure si gioca d’azzardo e le si dà nuova veste e nuovo respiro. Tcherniakov rimane nel mezzo, con un’opera traviata e tormentata, che racconta, ri-attualizzandola, una storia sempre attuale; un amore immortale che non appartiene a nessun’epoca e quindi a tutte, anche a quello strano salotto in scena po’ atipica, meno incisiva del resto, ma ormai non importa.



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