Sabato, 24 giugno 2017 - ORE:00:19

50 Shades of Feminism: cosa resta di Betty Friedan dopo Sex and The City, Sfumature di Grigio e co


50 Shades of Feminism: cosa resta di Betty Friedan dopo Sex and The City, Sfumature di Grigio e co

Betty Friedan e il problema senza nome: le prime voci della protesta femminile

C’era una volta, anzi c’erano, le donne della middle class americana di fine anni ’50, con i capelli cotonati e la gonna a ruota, bamboline sorridenti il cui unico compito –come le riviste e la pubblicità ricordavano ossequiosamente loro- era sfornare pargoli e manicaretti e accogliere il marito che tornava a casa con un martini. Eppure, sotto l’apparenza patinata da pubblicità dei corn flave, qualcosa non andava: c’era uno strano disagio che le accomunava tutte, ma di cui nessuna parlava. Finchè la caparbia Betty Friedan, si mise in testa di scoprire quale fosse ‘the problem that has no name’ e cominciò a far loro domande: spedì a duecento ex compagne di college, quindici anni dopo il baccellierato (equivalente della nostra laurea) allo Smith, un lungo questionario sulla vita che conducevano, sul loro grado di soddisfazione e sui loro problemi. Moltissime di loro risposero, confessando tutto ciò che non riuscivano -o non osavano- dire ai loro mariti.

Anni ’60: la crisi del modello femminile e il saggio di Betty Friedan

Era il 1963, l’anno caldo dell’assassinio di J.F.Kennedy e delle marce di Martin Luther King per i diritti civili, l’anno in cui morì Marilyn Monroe, simbolo della donna-oggetto; ma soprattutto era l’anno in cui venne pubblicato il rapporto federale della Commission on the Status of Women che denunciava la situazione di discriminazione nei confronti delle donne sul lavoro e nell’intero sistema giuridico.

casalinghebetty-friedanQuello che emerse invece dall’indagine della Friedan fu, come lei stessa scrisse,“una curiosa discrepanza tra la realtà delle nostre vite di donne e l’immagine a cui cercavamo di conformarci, quell’immagine che a un certo punto ho deciso di chiamare la mistica della femminilità. Cominciai a chiedermi se altre donne si trovavano davanti a questa frattura schizofrenica, e che cosa significava.”
Significava che la vita da casalinghe mantenute che le madri avevano sognato per loro, alle figlie andava stretta, anzi le soffocava: la generazione prima di loro si era battuta per il diritto ad un’istruzione superiore e adesso quelle lauree ottenute con fatica finivano appese sopra il caminetto, buone solo per preparare torte di mele e ricamare fazzoletti. A nessuno importava delle loro ambizioni e del loro talento: tutto ciò che dovevano fare era essere brave mogli e buone madri, con buona pace del resto, ma il resto c’era, eccome, e così nacque la Mistica della Femminilità, pubblicato nel 1963, il saggio che fu definito la Bibbia del secondo femminismo americano.
Quasi mezzo secolo prima di Desperate Housewifes, Betty Friedan aveva svegliato un’intera generazione, non tanto quella delle casalinghe che aveva intervistato, ma quella delle loro figlie, che nel 1966 si unirono nella NWO (National Women Organization).

Gli anni successivi: Simone De Beauvuoir, Sex and The City e Femen

Passarono gli anni in cui le femministe si sfilavano pubblicamente il reggiseno da sotto le camicette in segno di liberazione, in cui Simone De Beauvuoir scandalizzava gli uomini con il suo ‘Secondo Sesso’ e litigava con Mia Farrow sulla questione dell’aborto.
Arrivarono gli anni ’80 con il mito della donna in carriera e della scalata al potere sui tacchi a spillo – altro che sorellanza!-  poi gli anni ’90 con Sex and The City , dove l’empowerment femminile passava da un paio di Jimmy Choo e dal sesso libero, infine è arrivato Femen, il movimento nato in Ucraina che usa il nudo femminile come strumento di protesta, e che è stato già ribattezzato il ‘femminismo 2.0’.

Ma cosa resta di Betty Friedan? 50 Shades Of Feminism

Fifty shades of feminismE oggi, dopo tutto questo, cosa resta di Betty Friedan? Se lo sono chieste Lisa Appignanesi, Rachel Holmes e Susie Orbach, che, nel cinquantesimo anniversario della pubblicazione della Mistica della Femminilità hanno a loro volta girato la questione a cinquanta intellettuali di tutte le età, giornaliste, politiche, scrittrici, ricercatrici, che parlano del loro incontro con il “movimento che ci ha cambiato la vita”  nel libro 50 Shades Of Feminism, pubblicato dalla Virago Press in Inghilterra e presto in traduzione nel resto del mondo.
Cinquanta lettere aperte su cosa significhi essere donna oggi, in un mondo dove in media sono più brave a scuola ma stentano a raggiungere i vertici, guadagnano meno ma dirigono aziende di prim’ordine (che statisticamente sono più sicure di quelle gestite dai colleghi con la cravatta) e ancora oggi faticano a conciliare famiglia e lavoro.

Jeanette Winterson critica E.L. James

Jeanette Winterson tocca uno dei tasti più delicati, quello del confine, a volte molto sottile, fra libero esercizio della propria sessualità e pornografia: è il suo capitolo a dare il titolo al libro, facendo il verso alla –ahinoi!-  celeberrima Trilogia delle Sfumature e citando gli studi di Angela Carter sul sadismo.

E.L. James in fondo non si è inventata nulla, scrive, ha seguito l’esempio dei vecchi Mills and Boon della Harlequin e ha riscritto una versione pepata di Twilight  che piacesse anche alle meno giovani. Perché un libro tanto scialbo e banale abbia avuto un successo planetario è chiaro: perché è la nuova versione osè di una vecchia favola, quella della Bella che salva la Bestia dal cuore di tenebra, stavolta passando attraverso frustini e manette; e siccome qualsiasi ranocchio può essere trasformato in principe da un bacio ecco che tutti, vampiri,  licantropi o sadici multimiliardari diventano mariti amorevoli: anche la più trasgressiva delle storie si conclude con il più scontato dei lieto fine.

Gli altri modi di essere donna

Noi donne, scrive la Winterson, abbiamo ascoltato attentamente queste favole da bambine, ci sentiamo in diritto -quasi in dovere – di salvare il primo bello e dannato che ci passa davanti dal suo lato oscuro, e, se non ci riusciamo, è colpa nostra.  Ma forse non abbiamo ascoltato con altrettanta attenzione la storia di Barbablù,  la storia di umiliazioni e violenze perpetrate per confondere piacere e dolore, per espiare la colpa del desiderio carnale. Il fatto che oggi le principali utenti del porno virtuale siano donne  è un dato allarmante. Chiedetevi, conclude la Winterson, cosa manca a queste donne. Chiedete loro quale vuoto debbano compensare. Chiediamoci tutte -e tutti- se non sta passando in varie forme un modello di donna stereotipato, sempre schiava di qualche desiderio -che può essere di un uomo, di una borsa firmata, di un corpo perfetto, fino a quello dell’eterna giovinezza- e prendiamo coscienza che ci sono altri modi di essere donna rispetto ai modelli preconfezionati nell’immaginario collettivo, moltissime altre sfumature.
Leggendo questo libro, almeno altre cinquanta.



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