Giovedi, 29 giugno 2017 - ORE:16:22

La Figura della Furia, quando Jackson Pollock copiava Michelangelo

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Da Michelangelo a Jackson Pollock

Che cosa ha in comune un gigante della storia dell’arte come Michelangelo con la pittura sgocciolante di Jackson Pollock? Ce lo siamo chiesti all’ingresso di Palazzo Vecchio, visitando una delle mostre più promettenti della stagione artistica fiorentina, dedicata ai festeggiamenti per i 450 anni dalla nascita deel genio di Michelangelo Buonarroti. Se lo sono chiesto anche Sergio Risaliti e Francesca Campana Comparini, i curatori della mostra “Jackson Pollock. La figura della furia”.
Dotta e sottile citazione, quella del titolo: fu infatti Giovanni Paolo Lomazzo, pittore del Cinquecento e critico d’arte ante litteram, a coniare l’espressione “furia della figura” per descrivere il modo michelangiolesco di dipingere i corpi, vibrante e potente. Due temperamenti appassionati, irascibili, e un modo di dipingere impetuoso, energico, dove è il gesto a contare, a tracciare la forza dei corpi, a imprimersi nel colore sferzato sulla tela, ecco il fil rouge che lega questi due artisti vissuti in due continenti diversi a quattro secoli di distanza l’uno dall’altro: la furia.

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Il Pollock che non ti aspetti

Visitare la mostra è anche un’ottima occasione per visitare il meraviglioso Palazzo Vecchio, cuore della città di Firenze: il Salone dei Cinquecento con i meravigliosi affreschi del Vasari, Lo Studiolo di Francesco de’Medici, la Sala delle Carte Geografiche e altri tesori artistici. All’ultimo piano, fra le stanze signorili, è collocato l’angolo dedicato alla mostra. Si avete capito bene, è proprio un angolo, un elegante padiglione blu che racchiude gli schizzi inediti di Pollock. Chiariamolo subito prima che rimaniate delusi: i pezzi esposti non sono che una dozzina, ma è un’antologia che veramente, per la posizione e la scelta dei pezzi, merita la visita. C’è il Pollock dell’Action Painting, degli schizzi di vernice rabbiosi, voluttuosi, dalla pittura materica e corposa, ma c’è anche il Jackson Pollock che non ti aspetti, quello dei dei nudi torniti, dei bozzetti a china della sua gioventù nei musei di New York, quando ancora sognava di fare lo scultore e copiava gli Ignudi della Sistina. Ed ecco che spuntano, sorpresa sorpresa, i corpi maestosi dei Profeti e delle Sibille, ecco Michelangelo che prende vita dal carboncino fra le mani proprio di quel pittore che non faceva arte, ma “uno scherzo di pessimo gusto”. Ma se volete di più, niente paura: basta voltare l’angolo, e nel Complesso di San Firenze continua la mostra con un percorso digitale, fatto di installazioni e filmati inediti.

Come mi ha detto un mio amico, fatevi un regalo, andatela a vedere. La cornice è delle più suggestive, le opere ben scelte, un mazzo esiguo di soli assi. Il dialogo fra i due artisti è inatteso e affascinante. Si sale nel cuore del Cinquecento italiano e si scopre un pezzetto di Novecento americano, nell’affascinante consapevolezza di quanto l’Arte, nelle sue diramazioni più lontane e diversi possa scoprirsi unica nella sua essenza. Corsi e ricorsi pittorici.

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