Sabato, 24 giugno 2017 - ORE:00:23

Specie umana difettosa? Teorie sull’incompletezza lo dimostrano


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Secondo una lunga tradizione di studiosi occidentali, l’uomo biologicamente formato sarebbe incompleto, mancante di qualcosa.

Questa incompletezza di fondo sarebbe lo spazio adeguato in cui si colloca la ‘cultura’, che va dunque a porsi come rimedio ad un destino altrimenti infausto; questa – intesa non nell’accezione classica, ma come l’insieme di saperi e delle tradizioni di una certa società – sarebbe l’elemento indispensabile di cui l’uomo si serve per trovare il proprio spazio nel mondo.

Già in Platone, l’uomo è privo di virtù naturali: esso sarebbe dotato in maniera inadeguata rispetto agli animali, e non potrebbe vivere in un ambiente non artificiale. Nel XV secolo il tema verrà ripreso da Pico della Mirandola, che definisce l’uomo come un animale indeterminato e per questo libero di compiere le sue scelte. Qualche secolo più tardi, Herder formulerà il concetto di ‘incompletezza dell’essere umano’: il filosofo tedesco sostiene chiaramente che l’uomo è biologicamente manchevole e che la cultura sopperisce a queste carenze.

Più recentemente altri filosofi e studiosi delle scienze umane si sono interessati al tema; secondo l’antropologo Arnold Gehlen, per esempio, l’essere umano soffrirebbe di una carenza di sviluppo originaria che lo renderebbe incapace di vivere insieme ad altri animali. In questa prospettiva, ciò che serve all’uomo è un mondo artificialmente modellato, adatto all’esigenze della specie umana. Ancora secondo lo studioso, l’uomo non si affida alla natura, ma al linguaggio e all’attività collettiva (quindi alla società). Qualche anno dopo Gehlen, Geertz arriverà addirittura ad affermare che l’uomo privo di cultura avrebbe scarse probabilità di sopravvivere; rimediare all’incompletezza sarebbe dunque per l’essere umano ragione di vita o di morte.

Giocando in casa, Umberto Galimberti1 ha affermato che la cultura è una condizione essenziale alla natura umana, senza di essa gli uomini non potrebbero intervenire con consapevolezza sull’ambiente naturale (e dunque non potrebbero sopravvivere). Anche il filosofo nostrano sostiene che il corpo umano non è di per sé adatto a sopravvivere; egli crede in tre diversi ordini di carenze del corpo umano: una biologica, un’altra legata all’istinto ed infine una all’ambiente. In particolare, Galimberti fa notare come il parto umano sia, confrontato a quello di altre specie, sempre prematuro; l’apprendimento infatti sarebbe una parte indispensabile dello sviluppo biologico dell’individuo. A differenza degli altri autori però, Galimberti elegge a completamento dell’essere umano non la cultura nella sua totalità, bensì la tecnica. A suo parere, l’uomo non esisterebbe neanche senza l’ausilio della strumentazione tecnica.

Incompletezza Umana

Tutti questi autori ritengono, secondo prospettive e discipline differenti, che l’essere umano, affidato esclusivamente alle sue risorse biologiche, non sarebbe in grado di relazionarsi con l’ambiente né tantomeno di comprendere ed organizzare la realtà. Queste carenze fisiche sarebbero però compensate dalla grande dimensione del cervello dell’uomo che permetterebbe alla specie umano, non solo di apprendere un’enorme quantità di informazioni, ma anche di modificare l’ambiente in maniera creativa, di renderlo allo stesso tempo naturale e sociale. È quindi la cultura a trasformare e conferire senso alla natura umana.

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È presente, nella maggior parte degli autori a cui abbiamo accennato, il tentativo di distinguere la specie umana dalle altre, proprio perché questa sarebbe presumibilmente l’unica a fare uso della cultura. Al giorno d’oggi, grazie al fondamentale apporto delle scienze etologiche (che si occupano dello studio del cervello di tutte le specie animali) e della zoologia, è noto che tracce di cultura siano visibili in moltissime specie: dai ratti neri d’Israele, che hanno elaborato una particolare tecnica per nutrirsi dei pinoli che si trovano nelle pigne, ai macachi di Koshima, che prima di consumare i loro pasti puliscono il cibo sciacquandolo nell’acqua marina.

È chiaro come nell’uomo la cultura agisca in maniera decisamente più incidente rispetto alle altre specie. Ciononostante, l’esistenza di una ‘zoo-cultura’ permette abbattere lo schema – estremamente comune tra gli studiosi antichi e moderni – secondo cui prima nascerebbe l’uomo, come essere biologicamente imperfetto, e solo successivamente la cultura apparirebbe colmando le mancanze di quello.

Questo brevissimo viaggio nelle teorie dell’incompletezza ci mostra quanto la cultura sia importante nella specie umana, ma anche quanto questa sia lontana dall’essere un’invenzione – o peggio un possedimento esclusivo – dell’uomo. Oggigiorno le prove che la cultura sia una possibilità zoologica sono tantissime, essa non dipende dall’uomo, piuttosto egli ne è estremamente vincolato.



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