Giovedi, 29 giugno 2017 - ORE:16:22

“Giulio Cesare” nella rilettura di Andrea Baracco: immobilità isterica di una città di silenzi


“Giulio Cesare”

L’ombra incombente di Giulio Cesare

E’ il buio a dominare la scena. Un buio che ingoia una Roma ormai al limite della dissolutezza morale, che ne stacca mano a mano brandelli di muro fino a far restare sul palco tre vecchie e malconce porte, unici elementi di una scenografia grandiosa nel suo essere essenziale. Sono queste tre uniche porte a racchiudere e a circoscrivere, aprendosi su salvifiche vie di fuga o ripiegandosi sugli stessi interpreti, l’universo nel quale si svolgeranno gli ultimi giorni di Giulio Cesare; figura assente sul palco, la cui ombra però si allunga miasmatica su i protagonisti facendo sentire la propria pesante onnipresenza.

Nello spettacolo si rivive lo scorrere del tempo e l’avvicinarsi dell’atto tramato e nervosamente desiderato nella notte insonne di Bruto (Giandomenico Cupaiuolo).

Atmosfera cupa, luci taglienti, un nero petrolioso che avvolge la scena

La messa in scena si risolve in atmosfere cupe, tagliate a volte da rapidi colpi di luce. Sono, infatti, gli stessi interpreti a spegnere e accendere sul palco alcune piccole lampadine, come se queste rappresentassero il loro intimo, le loro riflessioni, i loro pensieri che vengono comunque coperti dal nero petrolioso di un ambiente che, a tratti, richiama dinamiche di una natura ferocemente familiare.

giulio_cesaregiulio-cesare-baraccoLa rilettura di Andrea Baracco

In questo suo lavoro Andrea Baracco taglia e seleziona brani di testo, realizzando una nuova e accattivante lettura che pone come protagonista l’assassinio di un Cesare inconsistente simboleggiato da una vecchia e malridotta poltrona. Il regista focalizza l’attenzione sulla ferocia del gesto, analizzando ciò che c’è dietro, come questo è messo in atto e come il meccanismo della congiura si stringe intorno a coloro che, autocondannandosi, l’hanno architettata.

Fondamentale è l’uso delle musiche e dei suoni perché è da questi che i personaggi si formano. E’ nel brusio malato che scivola da sotto le porte, nelle frasi lasciate in sospeso, nel sussurro non percepito della folla che accalcata ascolta curiosa il discorso di un Marco Antonio alcolizzato (Gabriele Portoghese), che l’assente cadavere di Cesare prende le sembianze di capro espiatorio nel quale si concentrano tutti i tormenti.

Oltre ad una regia che riesce a fare emergere la forza evocativa delle parole, lo spettacolo è supportato da una compagnia di attori (i già citati, Giandomenico Cupaiuolo, Gabriele Portoghese, Ersilia Lombardo, Lucas Waldem Zanforlini, Livia Castiglioni, Roberto Manzi) all’altezza nel saper affrontare un progetto complesso e ambizioso, in cui il delirio si proietta nel gesto e nel movimento di queste presenze che si muovono leggere nel loro essere appesantite da ingombranti ossessioni e isterismi malcelati.

Il Giulio Cesare di Baracco è uno scorrere di immagini estremamente forti, una rilettura moderna della congiura e dei congiurati, ridotti a non più di fantasmi affamati di potere, stravolti dal dubbio e dalla paura che li assale prima della fatidica ora dell’assassinio.

0000000000000000000Uccisione_di_Giulio_CesareLe ventitrè coltellate, erano le Idi di marzo del 44 a.C

Cesare, attento a Bruto, bada a Cassio, non avvicinarti a Cinna, guardati da Casca […]” questo l’avvertimento rivolta ad un’inconsistenza minacciata da volti cancellati dalle ombre prima che  gessi letali come lame affilate vadano a disegnare ventitré linee sulla consunta poltrona del potere ferendola di un rosso che fa male agli occhi tanto è nero ciò che circonda tutto il resto. E’ nel buio che le Idi di marzo si compiono puntuali ed è questo buio, che, gradualmente si fa creatura indipendente, a trascinare al suo interno, ad assorbire, uno per uno, coloro che da esso hanno preso vita.



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