Sabato, 24 giugno 2017 - ORE:00:25

Filippetti racconta il ciclo della Cappella degli Scrovegni


Il professor Filippetti racconta il ciclo della Cappella degli Scrovegni in una conferenza tenuta nella città di Siena.
Non i soliti discorsi su Giotto in quanto “pittore della natura”, “dei volumi” e “del peso del corpo”, bensì un interessante racconto di tutto il ciclo della Cappella degli Scrovegni di Padova , andando al cuore di ogni scena, nei dettagli che nessuno nota, tenendo un ritmo fresco e vivace di chi nella sua carriera sa come tenere viva l’attenzione persino del pubblico più temuto e difficile: i bambini delle elementari. Questa l’atmosfera della conferenza sul ciclo della cappella degli Scrovegni, tenuta sabato scorso nella sala delle Balie del Santa Maria della Scala di Siena dal professor Roberto Filippetti, docente di iconologia presso l’università di Roma.

Quando si sente la parola “iconologia” in genere si pensa a qualcosa di astruso e puramente mnemonico; il professore ha invece reso vivo Giotto, spiegando tutti i suoi simboli con un entusiasmo fuori dal comune. Particolari che nessuno nota, dicevamo: per chi avrà dipinto Giotto quel filo nella scena dell’annuncio ad Anna, a nove metri d’altezza? Forse per gli angeli del cielo, scherza Filippetti.

Guardando con attenzione si scoprono (solo per citare alcuni esempi) il significato profetico dell’asino cruciato del monte Amiata, le espressioni meravigliate dei dromedari dei re magi nella scena dell’Epifania, così come il pesce adorante sul fondo del Giordano nella scena del battesimo di Gesù.

E ancora, le rocce sullo sfondo che partecipano alla morte e resurrezione di Cristo, inclinandosi ora in senso discendente, ora ascendente, nonché il teschio sotto la croce, nelle cui orbite vuote si compie la rigenerazione della vista e dunque, della vita.

Tutti conoscono il ciclo di affreschi della Sala dei Nove di Palazzo Pubblico(Allegoria ed effetti del Buono e del Cattivo Governo in città e in campagna), ma pochi sanno che questi temi erano già stati raffigurati sinteticamente da Giotto trentadue anni prima nei registri inferiori della Cappella, nelle personificazioni di Iusticia e Iniuscticia.

E infine la numerologia nascosta: particolarmente impressionante il ruolo del 153, numero del miracolo: tanti sono i raggi di sole che circondano Gesù nella splendida volta stellata blu di lapislazzuli, che altro non è che il cielo che si incurva verso lo spettatore, il divino che si protende verso l’umano.

Un affascinante viaggio al termine del quale si è imparato a guardare, a leggere, scoprendo il genio dell’artista non solo nella resa formale, ma anche nell’abilità di armonizzare tutti i simboli nella scena e le scene tra loro in corrispondenze spesso ternarie di cui non ci si rende conto, osservando l’insieme.

Un’arte umana, quella di Giotto, che ironizza, drammatizza, rende vive le scene della vita di Cristo in quanto uomo. Si comprende finalmente perché Giotto è detto ”Genio” e non solo ”buon pittore del reale”.

E’ giusto che l’arte venga diffusa anche così, in parole comprensibili che permettano a chiunque di comprenderla, in modo che sia apprezzata e rimanga viva non in quanto statica, ma in quanto continua ed emozionante scoperta.



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