Lunedi, 21 agosto 2017 - ORE:06:44

Un’apocalisse rinviata. Roma è una bugia

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Terrazza Caffarelli, uno dei tetti più suggestivi di Roma, sera di fine giugno. Una festa privata ha per sfondo un tramonto lunghissimo, talmente bello da sembrare finto. La maggior parte degli invitati si sporge fuori, guarda la città che sembra quasi non emettere più suoni. Immobile, su un cornicione del palazzo, si staglia un gabbiano enorme. Sembra assolutamente indifferente alla voci e ai suoni che provengono dalla terrazza. In tanti lo osservano, qualcuno lo fotografa, ma lui rimane impassibile per un tempo 2imprecisato, quasi a rimarcare che quello è il suo territorio e gli intrusi siamo noi. Alla fine spicca il volo con aria scocciata, facendomi sentire un po’ cafone e piuttosto stupido.
Ecco, ci volevano quella serata e quel gabbiano per aiutarmi a “distillare” uno dei libri più belli che abbia letto negli ultimi anni, Roma è una bugia, di Filippo La Porta (Editori Laterza). La postura imperiale di quel gabbiano sintetizzava in modo incredibile uno dei passaggi più affascinanti del libro: «La bellezza metafisica di Roma è concepita per durare oltre il ciclo umano».
Più semplice da leggere che da raccontare, come libro. È un racconto personalissimo – e per questo universale – della città più narrata, descritta, evocata e analizzata della Storia. È dunque un libro ambizioso, per diretta ammissione dell’autore, ed è anche un libro molto originale. Perché il rischio del luogo comune, quando si parla di un tema così grande, lo corrono tutti.
1Ed è tanto più rischioso proprio perché «Roma insegna che la vita è inevitabilmente fallimento», ma è anche vero che «mentre si fallisce possono succedere tante cose». E se per Flaiano vivere a Roma significa perdere la vita, La Porta ci ricorda che «vivere è soprattutto perdersi».
Città scuorante (Tommaso Landolfi), cioè scoraggiante, sconfortante; paludosa eppure vitale. Una «indifferenza calda» difficile da decifrare. La Porta ricorda la naturale attitudine del romano allo stupore, al meravigliarsi di fronte alla bellezza del mondo: «Anvedi…». Così come pure la propensione alla catastrofe: Carlo Levi che – appena arrivato a Roma – si stupisce di fronte all’idraulico che gli annuncia compiaciuto: «Dottò, qua tocca rompe tutto…».

Tutto ciò che a Roma giunge (il cristianesimo, il risorgimento, la resistenza) in un certo senso finisce, perde la “spinta propulsiva”, “sbraca”, per dirla alla romana. Sì,tutto finisce, però non smette di finire. È un’apocalisse sempre rinviata.
Forse è per questo che io, che a Roma sono nato e sempre vissuto, provo per questa città una profonda, struggente malinconia. Ma non quando sono lontano da Roma, ma quando la attraverso in certe giornate terse, quando allungo volutamente la strada per godermi un minuto in più quella luce tra le sei e le sette del pomeriggio che nessun filtro di Instagram riuscirebbe mai a riprodurre. È mia quella luce, ma la sento sfuggire, sento che è una felicità passeggera, effimera. Ecco, a Roma «è eterno l’effimero»; come ricorda La Porta, nel XVII secolo lo spagnolo Francisco De Quevedo ha fotografato l’anima di questa città:
«Lo fugitivo permanece y dura»…
Il libro è anche un viaggio attraverso i quartieri della sua vita: Parioli, Monteverde, Piramide. Parioli, dove La Porta è cresciuto oggi è davvero un quartiere inospitale, sporco, scomodo. In cui i “padroni” delegano tutto ai filippini, forse «li mandano addirittura in chiesa a pregare al posto loro».
A Monteverde Vecchio, quartiere nel quale sono nato, sono ambientati alcuni dei passaggi più struggenti del libro. Perché questo è anche un omaggio a persone che non ci sono più e, in fondo, «tutta la scrittura è un’immensa Spoon River».
Roma è una bugia «perché mimetizza l’eternità dentro l’attimo» e «recita l’indifferenza nascondendo lo stupore» e perché «ha inventato (con enfasi sospetta) la Bocca della Verità». Eppure, dietro questa riflessione, La Porta coltiva una speranza tutt’altro che peregrina: quella di vedere nascere o rinascere uno spirito civico vero, autentico. E in questo la Roma delle borgate, delle scuole calcio di periferia, è la parte più vera, e in fondo più sana, di una società in cui a mancare in modo clamoroso è stata sempre la borghesia, «statua senza testa», incapace, ieri come oggi, di essere guida e modello.
La città può forse essere «scuorante», ma questo libro non lo è affatto. L’apocalisse può attendere, come sempre.



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