Mercoledi, 22 novembre 2017 - ORE:04:43

Steve McCurry: l’indissolubile legame tra viaggio e fotografia

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Steve McCurry: il suo cuore tra viaggio e fotografia

Avete presente la foto della bambina terrorizzata che spalanca gli occhi? Quella che viene considerata l’emblema della guerra in Afghanistan e delle sofferenze che essa ha portato e porta tuttora con sé.
Ecco, quella foto fu scattata nel 1985, in un campo profughi, da Steve McCurry, e reca come titolatura “Gli occhi sbarrati raccontano le paure di una giovane rifugiata afghana”.

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Nato a Philadelphia nel 1950, nel 1979 McCurry fu uno dei primi a decidere di documentare la guerra che si stava combattendo in Afghanistan, di cui fino ad allora nessuna testata giornalistica occidentale si era ancora interessata. Il reportage che riuscì a realizzare gli valse il Robert Capa Gold Medal e decretò, assieme al suo coraggio, anche il suo successo.
La foto di quella bambina fu infatti scelta come copertina del National Geographic, e divenne identificativa di tutto il lavoro di McCurry, che non si ritiene tanto un fotoreporter di guerra, quanto piuttosto un ritrattista: “Cerco il momento incustodito, l’essenza dell’anima che fa capolino, l’esperienza scavata sul volto di una persona.”
E allora uno dei lavori più importanti è Portraits, pubblicato nel 1999: 200 volti di persone di diverse culture ed etnie, sguardi provvisti di un’autenticità e intimità spiazzante, capaci di suscitare un profondo rispetto.

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Altro libro, dell’anno successivo, è South Southeast, dedicato ai Paesi del Sud-Est asiatico, in cui l’autore precisa di non voler emettere alcun giudizio politico: il suo interesse è testimoniare l’esperienza che si cela in ogni storia, individuare una “relazione umana” che va oltre i singoli continenti, una specie di comunanza di fondo, al di là della religione, della lingua e dell’etnicità.
Dopo l’Afghanistan si è dedicato alla fotografia in varie parti del mondo, privilegiando però sempre l’Asia, di cui ama i colori vibranti: “henné, oro martellato, curry e zafferano”. In effetti oltre che per la grande carica comunicativa, le foto di McCurry sono note proprio per l’uso di colori vividi, accesi. Ma il fotografo sa bene che i colori da soli non bastano a raccontare una storia: “Se ci penso, capisco che è il colore vibrante dell’Asia che mi ha insegnato a vedere e a scrivere con la luce. Entri in quel vicolo, segui quel bambino. Scopri la luminosità della vita nell’eterno grigiore polveroso di Calcutta”.

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Viaggiare, toccare con mano, andare oltre. Perché la fotografia è come indissolubilmente legata al viaggio: una foto per documentare un’esperienza, una persona, un mondo altro. McCurry testimonia proprio come questo connubio sia inscindibile: “Se dovessi smettere di fotografare, penso che continuerei a viaggiare. Viaggio e fotografia sono come intrecciati. (…) Così, se non mi dedicassi alla fotografia, farei il nomade di professione.”

Fonte: “I Grandi Fotografi Magnum Photos”.

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