Sabato, 24 giugno 2017 - ORE:00:16

Non è mai troppo tardi per il maestro Alberto Manzi

foto di fabrizio di giulio

alberto-manzi(foto di Fabrizio di Giulio)

Non è mai troppo tardi…per tornare in tv

A novant’anni dalla nascita, a sessant’anni dall’inizio delle trasmissioni Rai, il maestro Alberto Manzi torna in televisione, protagonista di una serie tv rigorosamente firmata da mamma Rai, stasera e domani. A prestargli il volto è un bravissimo Claudio Santamaria, incredibilmente somigliante; al suo fianco Nicole Grimaudo, Giacomo Campiotti alla regia. “Non è mai troppo tardi” è l’ultimo prodotto del  fenomeno nazional-popolare dei biopic Rai, la nuova agiografia italiana.

Gli italiani delle fiction sono un popolo di santi (Francesco, 2002, S.Agostino, 2010) ciclisti (Pantani e Gino Bartali, 2006) e cantautori (Rino Gaetano, 2007, Modugno, 2012) Più, ovviamente, Papi, sacerdoti, magistrati, qualche imprenditore (Olivetti, 2013). Non voglio addentrarmi nelle questioni etiche ed estetiche delle fiction, che pure sarebbero tante (sono troppo edulcorate? Troppa censura? Perché Beppe Fiorello muore sempre alla fine?) quanto parlare di Alberto Manzi, non come il maestro che ha insegnato a scrivere a un milione di italiani, ma il rivoluzionario, lo scrittore, il cavaliere della moderna pedagogia italiana.

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Alberto Manzi, il maestro degli Italiani

La storia che già conosciamo comincia nel 1960. Siamo negli anni della Rai Bernabeiana (se ti interessa approfondire una lettura sulla Rai clicca qui), l’epoca d’oro dei nostalgici televisivi. Nell’Italia del dopoguerra ci sono sei milioni di analfabeti. Uno su otto. L’intuizione geniale di Bernabei fu di usare un nuovo e potente mezzo di comunicazione per insegnare agli italiani a leggere e a scrivere. Un vero e proprio uso social, nel senso di sociale, del mass media per eccellenza. Un maestro che entrava nelle case di contadini, operai, massaie, e con un gessetto nero scriveva e disegnava su grandi fogli bianchi. Qui di seguito il video:

E il suo pubblico lì, a casa, a ricopiare le “a” e le “o” su taccuini di fortuna, perché per imparare a scrivere non è mai troppo tardi, recitava il titolo del programma. Il sottotitolo era: Corso di Istruzione Popolare per il recupero dell’ adulto analfabeta. E grazie a lui, un milione e mezzo di adulti analfabeti presero la licenza elementare. Oggi, ai tempi della televisione cattiva maestra, diseducativa, sembra un piccolo miracolo. E lo fu.

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Il maestro Manzi secondo la Rai

La storia che invece non conosciamo è quella che viene prima di questa, subito dopo la guerra, quando il giovane Alberto, non ancora maestro Manzi, fresco fresco di marina militare finisce ad insegnare nel carcere minorile Aristide Gabelli, e lì si fa le ossa come insegnante. Su questi anni si concentra la serie Tv: in carcere capisce una grande verità, cioè che l’insegnamento parte dall’ascolto e dal rispetto di chi ti sta di fronte. Maestro o alunno. E’ un patto di fiducia e una promessa di impegno. Reciproco. Lì comincia la sua battaglia contro il sistema obsoleto e farraginoso dell’Istruzione. Ci avete mai fatto caso, che non si chiama Educazione, come nel resto del mondo? L’istruzione è il comando che si impartisce a un macchinario per farlo funzionare, è un’ordine. Educazione invece significa e-ducere, tirare fuori il meglio che ognuno ha dentro di sé, le proprie abilità. Detestava le schede di valutazione, risolte con un giudizio sul singolo alunno. Probabilmente non ha mai dato compiti a casa in tutta la sua vita. «Il suo modo di insegnare era pieno di fare, poca teoria. La sua classe era a metà fra un giardino zoologico e il laboratorio di un’alchimista» racconta il figlio.

Il tempo non basta mai…per far rivoluzione

C’è poi anche un’altra storia che la fiction non racconta, e che oggi è raccolta in un libro, appena edito da Add “Il tempo non basta mai”, scritto dalla figlia più giovane, Giulia. Dalla sua infanzia agli ultimi anni come sindaco di Pitigliano (Grosseto) racconta la storia di quest’uomo rivoluzionario, la sua carriera da maestro, da scrittore e da uomo d’azione: lo troviamo in SudAmerica, dove andò inviato dall’Università di Ginevra per studiare le formiche e invece si appassionò subito degli uomini. Una vera storia da film d’avventura, alla Salgari: lottò per il diritto all’istruzione e ad una vita dignitosa. Fu arrestato e torturato. Trasportò ordigni, aiutò la fuga di prigionieri politici e fuggì lui stesso, rocambolescamente, rubando un camion.

«Sono un rivoluzionario nel senso profondo della parola. Per cambiare, per migliorare, per vivere pensando sempre che l’altro sono io, occorre lottare continuamente contro le abitudini che generano passività, stupidità, egoismo. La rivoluzione dev’essere un evento normale, un continuo rinnovamento, un continuo riflettere e fare» Alberto Manzi

foto di fabrizio di giulio(Foto di Fabrizio di Giulio)



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