Martedi, 27 giugno 2017 - ORE:07:25

Found in translation: parole tradotte attraverso immagini

found in traslation

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Found in translation

Il verbo “tradurre” deriva dal latino traducere, che in primo luogo significava “far passare al di là”, ed era detto ad esempio di un generale che doveva far passare al di là, di un vallo o di un fiume, il suo esercito. In breve il termine è giunto ad indicare il passaggio di un testo da una lingua ad un’altra, in un’operazione che ad oggi offre interessanti spunti di discussione.
La questione della correttezza della traduzione è ormai un problema filosofico: come trasportare parole di una lingua in un’altra rispettandone il significato di base?
Interrogarsi sul tema della traduzione in questi termini è a ben vedere inevitabile, se si tiene conto della pluralità delle lingue, delle culture e delle visioni del mondo. Il problema è mantenere l’unità di significato all’interno di questa vasta pluralità.
E allora, per esempio: è davvero possibile tradurre tutte le parole con un unico lemma corrispettivo?
L’espressione lost in translation ci insegna che no, non è possibile. Ci sono significati che si perdono nella traduzione o nel tentativo di una resa valida, e che necessitano di una perifrasi per comprenderli appieno.
Eppure c’è un modo per non perdere l’essenza di una parola apparentemente intraducibile, e Anjana Iyer lo ha trovato: ricorrere all’immediatezza e versatilità delle immagini.

Found in Translation è appunto il tentativo di trasportare concetti sottesi a espressioni di difficile resa mediante il mezzo più istantaneo e universalmente comprensibile che ci sia, il disegno.
La Iyer, designer neozelandese, ha creato allora tutta una serie di immagini come parte del progetto 100 Days Project, un’iniziativa che, come si legge sul sito ad essa dedicato,

“gives anyone a framework and the permission to be creative. It challenges you to dig deep into your creative reserves, to rely on your readiness to work in order to achieve creative breakthrough.” (dà a tutti il supporto e la possibilità di essere creativi. Ti sfida a scavare a fondo nelle tue riserve creative, a fare affidamento sulla tua prontezza nel lavorare per raggiungere la svolta creativa.)
“Volevo che il mio progetto per 100 Days Project” ha dichiarato Anjana Iyer, “avesse qualcosa di abbastanza interessante da fare ogni singolo giorno. Imparare lingue straniere ha sempre esercitato un forte fascino su di me e un giorno mi è capitato di imbattermi in un articolo che riguardava le 14 parole che non hanno equivalenti in inglese su The Week.”

Le parole che la Iyer ha illustrato derivano da moltissime lingue, dal francese al giapponese, dal tedesco all’inuit, dal greco al norvegese.
Iktsuarpok è ad esempio un termine inuit che indica la “frustrazione dell’aspettare qualcuno che si presenti”, non la semplice attesa, ma quell’angoscia commista all’eccitazione che si lega ad essa.
O ancora, Gökotta è l’espressione svedese per “svegliarsi presto la mattina con il fine di andare fuori a sentire il canto mattutino degli uccelli”; il giapponese Aware designa “l’amara dolcezza di un breve e fugace momento di trascendente bellezza”; Age-otori è l’aggettivo che si usa in Giappone per chi “sta peggio dopo un taglio di capelli.” C’è perfino l’italiano Gattara: “una donna, spesso anziana e sola, che dedica se stessa ad accudire gatti”.

La Iyer ha quasi terminato i suoi 100 giorni, ma 100 Days Project è ancora aperto a tutti coloro che volessero mettersi alla prova. Per dare un’occhiata, ecco qui il sito.

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